Le esportazioni cinesi di automobili hanno superato per la prima volta il milione di unità in un singolo mese a giugno, un record che rientra in un più ampio balzo dell’export destinato ad accentuare le frizioni commerciali con i principali partner, a partire dall’Unione europea. Secondo i dati dell’Amministrazione generale delle dogane, le spedizioni di veicoli sono salite del 71,2 per cento su base annua a 1,06 milioni di unità, un ritmo che colloca il Paese sulla traiettoria per superare i 10 milioni di auto esportate nel 2026, dopo i 7,1 milioni dello scorso anno e i 4,9 milioni del 2023.

Il dato sulle auto si inserisce in un’impennata complessiva degli scambi. A giugno l’export cinese è cresciuto del 27 per cento su base annua, il ritmo più rapido dall’ottobre 2021, superando nettamente le attese degli analisti e accelerando rispetto al 19,4 per cento di maggio. Secondo un’analisi del Mercator Institute for China Studies (Merics) di Berlino, nel primo semestre la Cina ha registrato un avanzo commerciale con l’Ue pari a circa 900 milioni di euro al giorno, un elemento che alimenta le tensioni tra Bruxelles e Pechino.

Il balzo dell’export e l’impennata degli scambi

I dati doganali indicano per giugno esportazioni per 412,39 miliardi di dollari, in aumento del 27 per cento, e importazioni per 286,76 miliardi, in crescita del 36 per cento, il salto più marcato dal giugno 2021. L’avanzo commerciale mensile si è attestato a 125,62 miliardi di dollari, in rialzo rispetto ai 105,43 miliardi di maggio, mentre l’FT indica per il primo semestre un surplus di 576 miliardi di dollari, in calo del 4,7 per cento sull’anno precedente. La spinta è stata attribuita alla domanda globale di componentistica per l’intelligenza artificiale e alla corsa degli esportatori ad anticipare eventuali nuovi dazi statunitensi. Un funzionario delle dogane ha ricondotto la performance alla “precisa corrispondenza” tra i prodotti cinesi e la domanda globale.

La forza delle importazioni si è concentrata nei prodotti ad alta tecnologia. La Cina ha importato 53,7 miliardi di unità di circuiti integrati a giugno, in aumento del 6,8 per cento su base annua, con una crescita dell’8,1 per cento nel primo semestre. Restano invece deboli altre voci, a conferma della fragilità della domanda interna, mentre le importazioni di greggio sono scese ai livelli più bassi da quasi un decennio. Il portavoce delle dogane ha sottolineato, secondo quanto riferito dal Financial Times, che il Paese non è soltanto il primo esportatore mondiale, ma anche il secondo importatore.

Le auto elettriche trainano le vendite estere

La componente elettrificata è il principale motore delle esportazioni. Secondo la China Association of Automobile Manufacturers (CAAM), che utilizza una serie di dati distinta da quella doganale e riporta 1,037 milioni di veicoli esportati a giugno, i veicoli a nuova energia hanno per la prima volta superato la metà delle spedizioni mensili, con 523.000 unità e un incremento del 160 per cento su base annua. Nel primo semestre l’export complessivo di veicoli ha raggiunto 5,096 milioni di unità, in crescita del 65,3 per cento. La spinta verso l’estero coincide con un brusco rallentamento del mercato interno, segnato dalla fine degli incentivi ai veicoli elettrici, da una guerra dei prezzi e da un calo delle vendite al dettaglio superiore al 20 per cento.

Sul fronte dei singoli costruttori, BYD ha venduto 175.000 auto all’estero a giugno, il 95 per cento in più su base annua, con le vendite estere salite al 43 per cento della produzione. Geely ha riportato 102.874 veicoli esportati, in crescita del 157 per cento e per la prima volta oltre la soglia delle 100.000 unità mensili, mentre Chery ha esportato 191.062 veicoli, l’80 per cento in più, stabilendo per il quarto mese consecutivo un primato mensile per un costruttore cinese. Le autorità di Pechino hanno collegato l’espansione dell’elettrico alla transizione globale verso la decarbonizzazione e alla domanda di “prodotti verdi” cinesi, secondo quanto riferito dall’FT, indicando anche un aumento nel semestre delle esportazioni di batterie al litio e di turbine eoliche, rispettivamente del 37,6 e del 35,6 per cento.

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La reazione dell’Unione europea e la posizione italiana

L’avanzata cinese si scontra con le misure difensive adottate da Bruxelles. Dopo i dazi anti-sussidi introdotti nel 2024, che sommati alla tariffa ordinaria del 10 per cento avevano raggiunto punte del 45,3 per cento, all’inizio del 2026 la Commissione ha aperto a un meccanismo di prezzo minimo per i veicoli elettrici cinesi, mentre risulta in fase di preparazione un ulteriore intervento con dazi compensativi sulle ibride plug-in.

Sul piano interno all’Unione la linea non è unitaria: Italia e Francia, unite nel gruppo Stellantis, hanno sostenuto un approccio più protezionistico, mentre Germania e Spagna, più esposte commercialmente verso la Cina, hanno espresso maggiori cautele. Un’analisi diffusa il 13 luglio da Transport & Environment rileva che i dazi europei hanno ridotto di circa cinque punti la quota di mercato dei veicoli prodotti in Cina, senza però arrestare l’espansione dei marchi cinesi, che restano in media il 21 per cento più economici.

Parallelamente ai dazi, i costruttori cinesi stanno accelerando la produzione all’interno dell’Unione per aggirare le barriere tariffarie. MG del gruppo SAIC sta realizzando uno stabilimento in Spagna, Chery ha rilevato con il gruppo Ebro l’ex impianto Nissan di Barcellona e Leapmotor avvierà da ottobre 2026 la produzione del modello B10 nello stabilimento Stellantis di Saragozza. Lo stesso gruppo Stellantis, guidato dall’amministratore delegato Antonio Filosa, ha siglato un’intesa preliminare con Dongfeng per l’assemblaggio in Francia del marchio Voyah, a conferma di come le case europee stiano cercando nella collaborazione con i produttori cinesi una risposta alla sovraccapacità dei propri impianti.

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Le terre rare e il nodo delle forniture strategiche

Un ulteriore fronte di tensione riguarda le terre rare. Secondo l’FT, a giugno le spedizioni cinesi di questi minerali sono diminuite del 34 per cento su base annua e del 6,4 per cento nel primo semestre, per effetto dei controlli sulle esportazioni introdotti da Pechino. Va segnalato che, in termini di valore, le dogane collocano invece le terre rare tra le voci in più rapida crescita del semestre, riflesso dell’aumento dei prezzi a fronte di volumi in calo. La Cina domina la produzione mondiale di questi materiali, essenziali per l’elettronica, la difesa e le tecnologie della transizione energetica, e i suoi controlli restano un punto di attrito con i partner commerciali.

La stretta si inserisce in un rafforzamento più ampio dell’apparato cinese di controllo sui minerali strategici. Dal primo luglio è operativo un meccanismo di segnalazione delle violazioni sulle esportazioni di beni a duplice uso, mentre le restrizioni continuano a incidere sulle forniture verso Stati Uniti e Giappone. Per l’industria europea, impegnata al tempo stesso nella transizione elettrica e nel rilancio delle capacità di difesa, la dipendenza dalle terre rare cinesi rappresenta una vulnerabilità che si intreccia con il più generale confronto commerciale tra Bruxelles e Pechino.

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